Preistoria

Le glaciazioni

Nell’ultimo milione di anni, il nostro pianeta fu investito da giganteschi sconvolgimenti climatici che provocarono vasti mutamenti geografici e profonde modificazioni nella distribuzione delle piante e degli animali.

Più volte un’immensa coltre di ghiaccio scese dal Nord ricoprendo quasi interamente le zone temperate e l’emisfero settentrionale e causando grandi piogge nelle zone tropicali. Altrettante volte la temperatura della Terra si rialzò fino a raggiungere i valori attuali, i ghiacci si ritirarono fino alle calotte polari, le piogge ai Tropici cessarono, mentre tundre, foreste di conifere, boschi sempreverdi, deserti e giungle si spostavano seguendo i mutamenti della temperatura e delle precipitazioni, inseguiti dagli animali erbivori e da coloro che di questi animali si nutrivano: gli ominidi.

Durante le ere glaciali, il vapore acqueo proveniente dagli oceani, anziché ritornarvi come avviene normalmente, condensava sulle terre emerse formando enormi masse di ghiaccio.

Di conseguenza il livello degli oceani si abbassava, a volte anche di un centinaio di metri; così nei tratti in cui il mare non era troppo profondo si creavano dei veri e propri "ponti continentali", che venivano nuovamente sommersi quando i ghiacci si ritiravano. Nelle ultime quattro glaciazioni che sono le meglio note ai geologi, la Gran Bretagna fu provvisoriamente collegata con l’Europa attraverso la Manica, l’Asia sudorientale con l’Indonesia, l’Australia con le isole della Nuova Guinea e la Siberia con l’Alaska.

Quest’ultimo ponte fu particolarmente importante perché, durante l’ultima glaciazione, gruppi di Asiatici lo attraversarono passando in America e poi rimasero isolati nel nuovo continente quando, a causa del ritiro dei ghiacci, il transito a piedi fu reso impossibile dall’alimento del livello del mare.

Essi erano gli antenati di quegli "Indiani" che gli Europei ritrovarono in America dopo il viaggio di Cristoforo Colombo.

Numerose specie animali e vegetali non resistettero a così profondi cambiamenti e si estinsero, mentre altre ne prendevano il posto. Resistette chi, come gli ominidi seppe adattarsi: essi si spostarono, reagirono al freddo e al caldo, cambiarono spesso dieta alimentare ed escogitarono nuovi sistemi per ridurre la propria dipendenza dalle condizioni ambientali.

Lo studio del loro lento cammino per affrancarsi dalla schiavitù imposta dalla natura fa parte della preistoria; il suo inizio si perde nella notte dei tempi, verso quel momento imprecisato in cui cominciò l’evoluzione degli australopiteci, e finisce dove e quando, in zone e in epoche diverse, fu inventata o adottata la scrittura: per alcune popolazioni la preistoria si è conclusa solo pochi anni fa, quando esse sono entrate bruscamente in contatto con i bianchi.

La preistoria si divide, dal punto di vista delle comunità umane e dei loro progressi culturali, in quattro periodi principali:

età paleolitica o della pietra antica

età mesolitica o della pietra di mezzo: età neolitica o della pietra nuova

età dei metalli (rame, bronzo, ferro).

Nell'età paleolitica, che giunge fino a circa 12.000 anni fa, si svolge la storia delle comunità di cacciatori e raccoglitori che nel corso di quattro periodi glaciali e di altrettanti periodi interglaciali affinarono la loro abilità tecnica e colonizzarono la Terra.

Primi strumenti

L’uomo affrontò la natura fabbricando utensili; fu l’uso di strumenti, anche se ancora semplicissimi, a favorire lo sviluppo del cranio e del cervello rispetto ad altre parti del corpo e a tenere in esercizio quelle facoltà intellettuali che gli fornirono col tempo un vantaggio nettissimo sulle altre specie. All’inizio, quando era un ominide che barcollava sui due arti posteriori alternando la posizione eretta a quella a quattro zampe, si limitava a usare pietre e bastoni trovati qua e là così come fanno tuttora alcuni animali. Questa fase durò centinaia di migliaia di anni, durante i quali piccole comunità di ominidi africani, che vivevano nella gola di Olduvai, in Tanganica, e poi altre, stanziate nell’isola di Giava, si esercitarono a scegliere ciottoli, pezzi di legno, frammenti di ossa adatti alle loro diverse esigenze (colpire, tagliare, perforare, ecc.) e cominciarono anche a fare piccoli interventi per scheggiare meglio una pietra o rendere più appuntito un bastone. Da questo momento in poi possiamo cominciare a usare la parola "uomini".

L'uomo di Pechino e la conquista del fuoco

Cinquecentomila anni fa. viveva in Cina, nei pressi di Pechino, una comunità umana che aveva già conquistato uno strumento potentissimo: il fuoco. A ben guardare si trattò di una scoperta semplicissima l’eruzione di un vulcano o l’incendio di un bosco dovevano essere spettacoli del tutto consueti, anche se terrificanti. il passo decisivo lo compì il primo che riuscì a prendere in mano un tizzone ardente, dopo che certamente molte generazioni precedenti avevano già capito l’utilità della fiamma e osservato la facilità con cui può diffondersi il processo di combustione. Ma le conseguenze di questo gesto, come si può immaginare, furono enormi. I fuochi degli uomini di Pechino servivano a riscaldare le caverne, a offrire una protezione contro le bestie feroci e probabilmente a tenere lontani gli insetti, ma non ancora a cuocere gli alimenti. Carne e tuberi della terra venivano consumati crudi; anzi da alcune circostanze siamo portati a pensare che i primi possessori del fuoco non fossero solo abili cacciatori di grossi animali (elefanti, rinoceronti, bisonti, tigri, orsi, antilopi ecc.), ma anche cannibali: numerose ossa umane sono spaccate esattamente come quelle animali, per facilitare l’estrazione del midollo, e l’apertura alla base del cranio appare allargata proprio come usavano fare ancora recentemente alcuni popoli «primitivi», che mangiavano il cervello dei loro nemici credendo così di impadronirsi della loro forza.

L'Africa e la cultura delle scuri

Dobbiamo tornare in Africa per trovare i primi veri utensili lavorati. Trecentomila anni fa, in diverse zone di questo continente che fu così importante nella storia delle nostre origini, gli uomini sapevano scheggiare la pietra con grande maestria; ottenevano degli utensili taglienti e appuntiti che gli studiosi hanno battezzato «scuri a mano», ma che in realtà servivano come coltelli da caccia, per scuoiare la selvaggina uccisa a colpi di pietra o intrappolata in grandi fosse, oppure per tagliare legna e per estrarre radici e bruchi nel terreno. Le «scuri a mano» divennero gli utensili predominanti di una cultura che durò più di 100.000 anni e che si diffuse per quasi un quinto della superficie terrestre. Dall’Africa, infatti, gli uomini delle scuri a mano passarono in Europa raggiungendo l’Inghilterra e la valle del Reno, la Costa Azzurra e la penisola italica; attraverso l’Egitto altri gruppi si diressero in Asia e arrivarono fino in India. Era gente adatta alla vita all’aperto, che alle buie caverne preferiva le foreste africane, le praterie asiatiche o le vallate boschive europee. Alcuni usavano il fuoco, altri no; ma tutti dimostravano un’abilità tecnica nettamente più avanzata di quella dell’uomo di Pechino. La loro cultura toccò il suo apice durante la terza glaciazione e tramontò quando i ghiacci si ritirarono e la siccità colpì le regioni tropicali. I ricchi campi di caccia del Sahara si trasformarono in un vasto deserto e le comunicazioni fra i territori dell’Africa centrale e le zone abitate dell’Europa e dell’Asia furono interrotte. All’isolamento degli Africani si contrappose la cultura del continente eurasiatico il cui rappresentante più tipico è l’uomo di Neanderthal.

L'uomo di Neanderthal e gli attrezzi specializzati

In questa fase gli uomini arrivarono a una certa specializzazione nella costruzione di utensili; la scure a mano era ancora lo strumento principale, ma il loro bagaglio di attrezzi comprendeva anche pietre-martello, incudini per lo scheggiamento, schegge per tagliare le pelli, rozzi utensili per spaccare il legno e le ossa. Le comunità europee e asiatiche di questo periodo, che cominciò più o meno 150.000 anni fa e durò circa centomila anni, si adattarono al clima rigido della quarta glaciazione abitando nelle caverne e coprendosi sommariamente con pelli di animali. Erano intrepidi e provetti cacciatori, dato che riuscivano a uccidere il mammuth, il rinoceronte e l’orso usando trappole, fonde e lance di legno appuntite. Cacciavano in gruppo, adoperavano il fuoco e arrostivano la carne. L'uomo di Cro Magnon e la compasa dell'Homo sapiens

Nella seconda metà del quarto e ultimo periodo glaciale, tra il 50.000 e il 10.000 a.C.. visse in Europa il primo tipo di uomo che può con certezza essere definito sapiens, cioè capace di una compiuta attività intellettuale. Il suo primo esemplare fu trovato nel 1868 a Cro-Magnon, in Francia. La cultura dell’Homo sapiens rappresenta un salto qualitativo enorme rispetto a quelle precedenti, non solo per l’inventiva nel costruire utensili, ma anche per la sua spiccata abilità artistica. La rapidità di questa evoluzione (quarantamila anni rispetto alle centinaia di migliaia che avevano caratterizzato le fasi precedenti) fu dovuta probabilmente all’invenzione di un vero e proprio linguaggio, anche se ancora elementare. Su questo problema si possono solo formulare delle ipotesi, ma molti studiosi ritengono che la velocità del progresso sia strettamente collegata alla formulazione di parole e quindi alla capacità di comunicare esperienze in maniera più articolata che non con i gesti e i mugolii che dovettero accompagnare per più di un milione di anni la lenta evoluzione degli ominidi.

L'invenzione di nuovo strumenti

Non solo in questo periodo aumenta la quantità e la qualità di strumenti di selce specializzati, ma aumentano anche gli strumenti che servono unicamente a fabbricarne altri e che dimostrano quindi nei loro costruttori un’elevata capacità di progettazione. Tra tutti emerge il bulino, un attrezzo appuntito di pietra, ideato per incidere ossa, corna di cervo, avorio e legno in modo da ricavarne altri attrezzi di uso quotidiano. Il primo minatore di cui ci siano restate le tracce fu schiacciato in Belgio dal cedimento di una galleria, mentre lavorava col suo piccone di corna di renna. Quando la selce divenne un materiale di largo consumo non ci si accontentò più di quella che si trovava sulla superficie della terra, ma si scavarono delle vere e proprie miniere con pozzi e gallerie. L’arco, usato come arma per la caccia ai cervi, e sfruttato nella sua applicazione pacifica: il trapano. In questo caso la cinghia viene avvolta strettamente al paletto appuntito compiendo diversi giri; poi la si srotola velocemente muovendo avanti e indietro l’archetto e provocando il movimento rotatorio del trapano. Col bulino furono costruiti pugnali, aghi di osso dotati di cruna, fibbie e persino bottoni. Alcune statuette rivelano che questi popoli portavano indumenti di pelle cuciti, con maniche e pantaloni, che accrescevano notevolmente l’efficienza dei cacciatori durante i rigidi inverni della quartà glaciazione. Tra i progressi tecnici va segnalata anche l’invenzione della tecnica dell’incastro. Ormai le lance sono munite regolarmente di punte uncinate d’osso, di corno di cervo o di selce e alcune affilatissime lame di selce sono fissate in manichi di osso o di legno. Prima di allora tutto veniva direttamente impugnato dalla mano: l’incastro è il primo passo verso l’uso di un dispositivo meccanico. Proseguendo su questa via, gli uomini paleolitici. munirono le loro zagaglie di lunghe aste che, sfruttando il principio della leva, aumentavano la capacità di lancio del braccio e, infine, inventarono l’arco. Esso aprì grandi possibilità alle comunità che lo usavano, e non solo come propulsore per le frecce e quindi come strumento per la caccia; subito si scoprì che esso forniva il mezzo per far girare rapidamente un’asticciola munita di punta e ne nacque il trapano ad archetto, che venne poi usato ininterrottamente per tutta l’antichità, fino al medioevo.

Arte e magia

L’aspetto più sorprendente di quest’epoca della storia umana è che per ventimila anni, dal 30.000 al 10.000 a.C., essa produsse anche una quantità incredibile di opere d’arte: statuette d’argilla e di pietra, trovate a migliaia in Europa, dagli Urali all’Atlantico, e inoltre pitture e graffiti rinvenuti sulle pareti delle cento e più caverne scoperte in Francia, in Spagna e in Italia. Esse rappresentano le più antiche espressioni artistiche dell’uomo e occupano un periodo che rappresenta ben due terzi dell’intera storia dell’arte.

Quali furono i motivi precisi che spinsero gli uomini di Cro-Magnon a occupare una parte del loro tempo in attività apparentemente prive di uno scopo pratico, non lo sappiamo. E´ certo però che esse non scaturivano da ciò che oggi chiamiamo "senso estetico", che, molto sommariamente, può essere definito come l’apprezzare qualcosa non perché serve, ma solo perché piace. Gli artisti preistorici non dipingevano per «arredare» le caverne. Colori e forme, anche se non avevano l’utilità concreta di un attrezzo, rispondevano certamente a un’esigenza fortemente condivisa da tutta la comunità; ed è probabile che essa fosse quella di calmare le ansie create dalla difficoltà di trovare cibo. Le opere di Cro-Magnon insomma, avevano certamente un significato magico-religioso

Ce lo fanno pensare, in primo luogo, le statuette femminili, fatte di avorio di mammuth o di pietra: minuscole «Veneri» — così sono state chiamate — coi seni molto pieni, il ventre gonfio tipico di una donna incinta e completamente nude.

I cacciatori paleolitici erano assillati dal problema della fame. La loro dieta si basava quasi esclusivamente sulla carne dei grandi animali (renne, bisonti, cervi, mammuth, a seconda delle zone e delle epoche) alla quale potevano aggiungere al massimo tuberi e frutti selvatici, lumache, molluschi, insetti, in qualche caso pesci. I grandi animali erano dunque indispensabili per la vita della comunità; se venivano colpiti da un’epidemia, se i pascoli inaridivano, se i cambiamenti climatici li costringevano a emigrare, tutti i gruppi umani che vivevano cacciandoli entravano in crisi. La magia fu forse all’origine una «tecnica » elaborata dagli uomini per placare le ansie create dalla difficoltà di procurarsi la selvaggina. Nei riti magici — a quel che possiamo supporre — i cacciatori «mimavano », cioè imitavano, in una specie di danza collettiva tutti i gesti che avrebbero compiuto cacciando: indossavano le pelli degli animali che avrebbero ucciso, forse ne ripetevano il verso, scaglia-vano le armi contro immagini di argilla che li riproducevano a grandezza naturale, oppure si limitavano a dipingerli su una parete. Tutte queste usanze (dalle quali sono forse nate la danza, la pittura, le arti plastiche, la musica ecc.), che sopravvivono presso i popoli «primitivi» odierni, le possiamo ricostruire, anche se con notevoli margini d’incertezza, dalle testimonianze archeologiche. Alla base dei riti di magia c’è la convinzione che in ogni essere e in ogni evento sia contenuta una forza di cui ci si può appropriare: indossando la pelle del cervo il cacciatore «diventa» cervo, cioè si impadronisce della sua forza, abilità e velocità, e quindi può batterlo e catturarlo; mimando i vari momenti di una caccia fortunata, la comunità si garantisce il buon esito della caccia vera e propria; allo stesso modo la forza di un animale o la fertilità della terra possono essere assorbite dal gruppo umano semplicemente riproducendone le sembianze o i simboli con la pittura o con la scultura.

Parti del corpo legate al parto e alla nutrizione sono talmente evidenziate, che sembrano ispirate a una sorta di culto della fecondità, diffuso in tutta l’area europea e destinato a propiziare la nascita di uomini e di animali, due condizioni essenziali per la sopravvivenza delle comunità. Anche nelle pitture delle caverne ci sono elementi che confermano quest’ipotesi. Il ruolo principale non è mai attribuito all’uomo, né agli animali feroci che potevano minacciarlo, ma proprio agli animali che costituivano la sua preda di caccia. E questo, come abbiamo visto, è un sintomo del desiderio di impadronirsi «magicamente» della selvaggina. Inoltre le pitture non si trovano nelle parti delle caverne più vicine all’uscita, dove presumibilmente le famiglie si accampavano, ma in «camere» situate a grande profondità, laddove forse la comunità si recava solo in occasioni del tutto particolari. In Francia vi è una caverna nella quale bisogna addentrarsi per più di mezzo chilometro prima di incontrare le prime raffigurazioni rupestri, che poi scendono nelle viscere della terra per una profondità di altri 700 metri. Del resto i popoli europei di quest’ultima fase del Paleolitico avevano un mondo spirituale complesso; tributavano ai loro morti solenni onori funebri, li dipingevano con la stessa ocra rossa usata per le pitture e li seppellivano con tutti i loro ornamenti (cinture di gusci di chiocciola, braccialetti, collane di denti e di conchiglie, anelli cavigliari d’avorio ecc.).

Dal punto di vista economico, tuttavia, i popoli dell’ultima fase del Paleolitico non avevano fatto nessun progresso rispetto ai loro predecessori. Vivevano ancora esclusivamente di caccia e di raccolta e la loro fiorente cultura non rispecchiava altro che un certo grado di ozio, reso possibile da una selvaggina particolarmente abbondante rispetto ai livelli degli stadi precedenti.

Il Neolitico

Per migliaia di secoli gli uomini vissero di caccia e di piante selvatiche; poi inventarono un nuovo sistema per procurarsi il cibo. la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali. L’invenzione di questo pratiche produsse un fondamentale cambiamento non solo nella vira economica ma anche nella mentalità e nella cultura degli uomini, segnando d passaggio a un atteggiamento attivo nella ricerca del cibo: l’uomo non si limitò più a cercare le piante o gli animali che si trovavano in natura, ma cominciò a produrre i suoi alimenti, a "crearli" con le sue mani, acquistando la capacità di trasformare le risorse naturali per la propria utilità. Fu una vera e propria rivoluzione, che diede origine a mutamenti radicali nel modo di vivere e rappresentò una svolta decisiva nell’evoluzione della società umana.

Agricoltura

Scavi compiuti in diverse parti del mondo hanno rivelato tracce molto antiche di lavori agricoli: nell’Asia sud-orientale, nell’Africa centrale, nelle Americhe. Ma nessuno dei resti trovati in quelle regioni è antico come quelli del Vicino Oriente, tra l'Asia Minore sud-orientale e l’attuale Iraq. In questa zona sono stati dissepolti utensili agricoli in pietra — zappe e falcetti — che sembrano risalire a circa 10.000 anni fa; insieme con loro si sono trovati chicchi fossili di orzo e di frumento coltivati, testimonianza sicura che in quelle terre, a quel tempo, l’uomo coltivava le piante e lavorava la terra. In base a tali ritrovamenti, i più antichi attualmente conosciuti, si può affermare che l’agricoltura ebbe le sue prime origini negli altipiani del Vicino e Medio Oriente (Mesopotamia settentrionale, Anatolia sud-orientale, Palestina), la cosiddetta mezzaluna fertile. Le prime piante coltivate furono l’orzo, il miglio, il frumento

In seguito l’agricoltura compare in altre regioni della Terra: 9000 anni fa in Asia (Cina, India, Indonesia), dove si mise a coltivazione soprattutto il riso; 8000 anni fa in America (Messico e Ande settentrionali), dove si coltivarono mais e patate. Gli studiosi si pongono da tempo una domanda: l’agricoltura è nata in maniera autonoma nelle varie parti della Terra, oppure è nata in una zona da cui èstata trasportata in altri luoghi? Entrambe le ipotesi sono possibili e la discussione sull’argomento rimane aperta. L'arte di coltivare le piante nacque probabilmente da osservazioni casuali (grani selvatici che, messi da parte, avevano germogliato; semi che, gettati sul terreno, avevano fatto nascere nuove piante..) e tali fortuite circostanze poterono verificarsi un po’ ovunque tra i popoli raccoglitori. Tuttavia, la cronologia di apparizione dell’agricoltura fa pensare piuttosto a una sua espansione progressiva: dal Medio Oriente all’Asia, di qui all’America, forse seguendo gli spostamenti dei popoli agricoltori. Ciò appare evidente soprattutto in Europa, dove l’agricoltura si diffuse a iniziare circa da 8000 anni fa, secondo una direttiva Sud-Nord che raggiunse le latitudini più settentrionali solo due-tremila anni dopo.

Perché l’uomo inventò l’agricoltura?

Secondo alcuni studiosi si trattò di una risposta alle mutate condizioni ambientali con cui gli uomini ebbero a confrontarsi dopo la fine delle grandi glaciazioni. Diventato più caldo e più secco il clima, molte foreste si inaridirono e gli animali che le abitavano (soprattutto quelli più grandi come gli orsi, le renne, i mammut) si spostarono verso Nord alla ricerca di nuovi pascoli. Diminuì pertanto la selvaggina, che fino ad allora aveva costituito, assieme ai frutti selvatici, la base dell’alimentazione umana. Alcuni gruppi umani seguirono gli animali ed emigrarono nelle regioni settentrionali. altri si adattarono a cacciare selvaggina di taglia più piccola (cinghiali, cervi, lepri) che ben presto, però, si rivelò insufficiente. In tali condizioni, la scoperta che si potevano far crescere le piante seminandole apri agli uomini un nuovo modo per vincere la fame. Secondo altri, lo sviluppo dell’agricoltura è legato non tanto ai cambiamenti del clima quanto piuttosto alla crescita demografica, che a un certo punto rese impossibile la sopravvivenza con la sola economia di caccia e raccolta; essa dunque stimolò l’inventiva dei gruppi umani e provocò la nascita delle pratiche di coltivazione. Anche in questa seconda ipotesi, protagonista del cambiamento fu sempre il bisogno, ossia la fame, che costrinse gli uomini a cercare nuovi modi per procurarsi il cibo. La crescita progressiva delle risorse alimentari, messe a disposizione dalla pratica dell’agricoltura, consentì a sua volta agli uomini di moltiplicarsi. Scattò così un meccanismo sconosciuto nelle società primitive: l’abbondanza di cibo taceva crescere il numero degli uomini e questi, a loro volta, tendevano ad allargarsi su nuovi territori alla ricerca di altre terre da coltivare. A differenza di quanto era accaduto e, in parte, continuava ad accadere fra le tribù di cacciatori, i gruppi umani dediti all’agricoltura mostrarono una naturale tendenza all’espansione: anche questo motivo rende probabile l’ipotesi che l’agricoltura sia stata "portata" nelle varie regioni del mondo dai gruppi umani che via via le occupavano. Quasi certamente l’agricoltura fu un’invenzione della donna. Erano infatti le donne, in genere, ad occuparsi della raccolta delle piante, mentre gli uomini andavano a caccia. La pratica dell’agricoltura richiese la costruzione di nuovi attrezzi, adatti alla nuova attività: nacque così la zappa, poi, molti secoli dopo, l’aratro di legno, al quale si aggiunse il giogo quando si scoprì che gli animali (soprattutto buoi e cavalli) potevano essere impiegati nel lavoro dei campi.

Agricoltori e pastori

Contemporaneamente alle tecniche agricole, l’uomo incominciò a scoprire i modi per addomesticare e allevare gli animali, diversi a seconda delle regioni e delle latitudini: galline, maiali, pecore, cammelli, cavalli, renne, asini, elefanti, bovini, cani. Spesso l’agricoltura e l’allevamento si integrarono: gli agricoltori erano anche allevatori e utilizzavano gli animali non soltanto come cibo, per arricchire la loro alimentazione vegetale, ma anche come aiuto nel lavoro dei campi (soprattutto i buoi) e nei trasporti. Altre volte si formarono gruppi di uomini dediti esclusivamente alla pastorizia, che conservavano abitudini nomadi ormai abbandonate dagli agricoltori (pag. 14). In questi casi poteva accadere che i pastori entrassero in conflitto con gli agricoltori, rn quanto i primi avevano bisogno di spazi aperti e di spostamenti frequenti, i secondi invece avevano necessità di recintare la terra per proreggerla dal passaggio degli animali.

Dalla pietra ai metalli

Per migliaia di anni il materiale più usato fu la pietra dura. Poi si scoprirono i metalli (primo fra tutti il rame) che a poco a poco si rivelarono di grande utilità e diventarono di larghissimo impiego, contribuendo a costruire oggetti più efficaci in lega: armi, attrezzi ecc. La scoperta dei metalli è stato un passo decisivo nell'evoluzione delle culture umane. L' età della pietra viene, a sua volta, suddivisa in due fasi principali: la paleolitica o della pietra antica" e la neolitica o "della pietra nuova" La fase paleolitica, in cui i sassi e le selci venivano semplicemente scheggiati, comprende tutto il periodo dalla comparsa dell’uomo fino all’invenzione dell’agricoltura. La fase neolitica, in cui appaiono strumenti levigati, coincide con la nascita e l’affermazione dell’agricoltura e dei primi villaggi stabili. L’età dei metalli ebbe inizio in tempi diversi a seconda delle regioni. In Oriente cominciò già 9000-8000 anni fa. I primi metalli ad essere impiegati furono i più teneri e malleabili, facili da lavorare anche allo stato puro: soprattutto il rame, l’argento, l’oro. L’uomo ne ricavò collane, braccialetti ed altri ornamentL Più tardi, circa 6000-3000 anni fa, si incominciò ad usare la tecnica della fusione dei metalli, praticata dapprima nei forni già in uso per cuocere la terracotta, poi in forni appositi, in grado di raggiungere più alte temperature. Attraverso tale tecnica si poté ottenere un materiale non esistente in natura, il bronzo, formato dalla fusione del rame insieme con lo stagno. Più tardi ancora venne scoperto il ferro, che per le sue caratteristiche di durezza e resistenza si diffuse come il metallo di più largo impiego.