Giosuè Carducci
Valdicastello, 27 luglio 1835 – Bologna, 26 febbraio 1907
La seconda rivoluzione industriale pone le sue basi nel pensiero positivista di cui Giosuè Carducci era un convinto sostenitore. Egli s’impone, nella fine dell’Ottocento, come autorevole punto di riferimento della cultura nazionale.
La Formazione e i primi Lutti
Nasce in provincia di Lucca, dove compie i primi studi stimolato dal padre, medico dalle idee liberali ma autoritario (puniva Giosuè costringendolo a leggere i Promessi Sposi). Nel 1849 entra nel collegio degli scolopi a Firenze e nel 1853 vince un posto alla Scuola normale superiore di Pisa, laureandosi in filosofia e filologia. Nel 1856 fonda la “Società degli Amici pedanti”, volta al culto della classicità.
Il 1857 è segnato dalla morte del fratello Dante (forse suicida), seguita un anno dopo da quella del padre. Giosuè deve provvedere alla famiglia in condizioni difficili, aggravate dalla revoca del suo incarico a San Miniato per "condotta irreligiosa". Nel 1859 sposa Elvira Menicucci, da cui avrà quattro figli.
Dall'Anticlericalismo alla Monarchia
Nominato professore di Eloquenza italiana all’università di Bologna, Carducci manifesta inizialmente un giacobinismo ateo che culmina nell’“Inno a Satana”. Nel 1868 pubblica Levia Gravia sotto lo pseudonimo di Enotrio Romano. Tuttavia, due gravi lutti nel 1870 (la madre e il figlio Dante di tre anni) lo gettano in depressione, dalla quale uscirà grazie alla relazione con Carolina Cristofori Piva (Lina o Lidia nelle poesie).
Progressivamente, il suo radicalismo si placa: affascinato dalla regina Margherita, alla quale dedica un'ode, accetta la monarchia sabauda come garante dell'Unità. Diventa così il vate ufficiale dell’Italia umbertina, aderendo alla politica di Crispi e avversando il socialismo.
Le Raccolte Poetiche
Le tappe fondamentali della sua opera in versi includono:
- Odi barbare (1877): versi costruiti secondo la metrica classica, dove esalta la Roma repubblicana e il Medioevo dei Comuni con una lingua "pennellata".
- Giambi ed Epodi (1882): raccolta di poesie polemiche e morali contro la corruzione sociale, pur con una fiducia nel progresso.
- Rime Nuove (1887): considerata la sua opera più sincera e spontanea, dove emerge il suo lato sentimentale e soggettivo.
- Rime e Ritmi (1889): ultima raccolta che fonde metrica latina e barbara.
Le Prose
Carducci lasciò una fittissima produzione in prosa, distinguibile in:
- Celebratrici: discorsi d'occasione (es. celebrazione di Garibaldi o della Repubblica di San Marino).
- Critiche: legate allo studio accademico, dove fondò la “Scuola storica” di derivazione positivista.
- Polemiche: raccolte in "Confessioni e battaglie", in difesa della propria arte.
- Autobiografiche: spicca l'epistolario, tra i più belli della letteratura italiana.
Pensiero e Poetica
Carducci reagisce al secondo Romanticismo proponendo un uomo perfetto basato sulle virtù romane. La sua tristezza ha sempre un carattere forte: accetta la sofferenza perché parte della vita. Avversò duramente i veristi (definiti "spazzaturai") per il loro gusto dello squallore e la lingua sciatta, che riteneva impoetici.
La sua concezione è materialista: la morte è vanificazione nel nulla, ma la fede nel progresso genera un ottimismo sano. La sua malinconia è virile e costruttiva, mai deprimente. Nel 1906, un anno prima della morte a Bologna, ricevette il Premio Nobel per la letteratura.