L'Inquadramento Storico e le Tre Categorie della Certificazione
Il Green Pass è ormai entrato a far parte della nostra normalità e, in modi diversi, viene utilizzato anche in altri Paesi, sebbene la certificazione verde non equivalga matematicamente alla vaccinazione. Questo strumento amministrativo e sanitario viene infatti rilasciato a tre categorie distinte di soggetti: chi si è sottoposto al ciclo vaccinale contro il Covid-19, chi ha ottenuto un risultato negativo al test molecolare o antigenico rapido, e infine chi è guarito dal virus, sviluppando provvisoriamente anticorpi naturali. Nonostante l'apparente linearità burocratica, l'introduzione di questo passaporto sanitario ha generato una profonda frattura nell'opinione pubblica, polarizzando il Paese tra i sostenitori della massima sicurezza sanitaria e i difensori delle libertà civili fondamentali.
Cosa sostengono i favorevoli al Green Pass?
I favorevoli sostengono che il Green Pass sia lo strumento cruciale che potrà finalmente riportarci alla normalità. Uno strumento che, riducendo sensibilmente le probabilità di contagio nei luoghi chiusi e ad alta densità abitativa, rende molto più sicura la circolazione delle persone e permette di far risollevare quei settori produttivi messi economicamente in ginocchio dalla pandemia, come il comparto della ristorazione, del turismo, della scuola e dello spettacolo. Dall’altro lato, per molti rappresenta l’unica alternativa pragmatica per evitare di ritornare alle chiusure ricorrenti (i cosiddetti lockdown), alle drammatiche sale di terapia intensiva piene all’interno degli ospedali o alle migliaia di vittime che, nelle fasi più acute dell'emergenza, aumentavano di ora in ora raggiungendo numeri altissimi.
I fautori della misura — tra cui spiccano figure politiche come l'allora Presidente del Consiglio Mario Draghi e il Ministro della Salute Roberto Speranza — sostengono che i vaccini siano da considerarsi come la strada maestra per tornare alla situazione pre-covid. Questo impianto interpretativo poggia sul fatto che i sieri, stando ai rigorosi studi scientifici e ai dati epidemiologici validati dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS), funzionano e tutelano in altissima percentuale la salute e la vita stessa di chi li ha assunti. L’obiettivo finale, per garantire un ritorno stabile e duraturo alla normalità, rimane il raggiungimento dell’immunità di massa (o di gregge), in grado di proteggere anche i soggetti più fragili e immunodepressi che non possono sottoporsi alla profilassi.
Inoltre, dal punto di vista strettamente giuridico, i costituzionalisti favorevoli evidenziano che nella nostra Costituzione la salute non è tutelata esclusivamente come diritto fondamentale del singolo individuo (Articolo 32), ma anche e soprattutto come supremo interesse della collettività. Questo principio cardine consente l’imposizione indiretta o diretta di un trattamento sanitario qualora esso abbia l’obiettivo — come stabilito dalla Corte Costituzionale con una storica sentenza del 2018 — non solo di migliorare o preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche di salvaguardare la salute altrui. D’altro canto, la stessa Carta Costituzionale, all’Articolo 16, permette espressamente al legislatore di introdurre limiti temporanei alla libertà di circolazione dei cittadini per accertati motivi di sanità e sicurezza pubblica.
Cosa sostengono i contrari al Green Pass?
I contrari al Green Pass, in linea di massima, non sono sempre o necessariamente contrari alla pratica della vaccinazione. Essi fanno notare come la certificazione verde possa essere legalmente ottenuta non solo attraverso l'inoculazione del farmaco, ma anche tramite il tampone diagnostico. Tuttavia, quest'ultima opzione si traduce in un costo economico estremamente gravoso e discriminatorio per il lavoratore, costretto a ripetere il test 2 o 3 volte alla settimana per poter accedere regolarmente al proprio ufficio o stabilimento. Di conseguenza, nella maggior parte dei casi, la contestazione non si rivolge alla scienza medica, bensì allo strumento burocratico in sé, accusato di avere l’unico reale obiettivo latente di "rendere la vita intenzionalmente difficile ai non vaccinati", configurando una sorta di obbligo vaccinale mascherato ed surrettizio.
Molti intellettuali, tra cui i filosofi Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, hanno ravvisato in questo provvedimento profonde incoerenze normative e un pericoloso precedente autoritario. Viene fatto notare, ad esempio, il paradosso per cui la certificazione risultava severamente obbligatoria per lavorare in un ufficio, ma non veniva richiesta per accedere a servizi essenziali come fare la spesa all’interno di un supermercato affollato o salire sui mezzi di trasporto locale. I detrattori sostengono che molte categorie di lavoratori, sia vaccinate che non vaccinate, avrebbero potuto continuare a svolgere i propri impieghi in assoluta sicurezza applicando i rigidi protocolli già collaudati: uso di mascherine FFP2, sanificazione costante e guanti monouso. Sul piano clinico, si fa inoltre presente che il Green Pass non offre la certezza assoluta che un suo titolare non sia portatore o ricettore del contagio, poiché i vaccini garantiscono un'immunità parziale dal contagio stimata tra l'80% e il 90% a seconda dell'età, del ceppo virale e delle condizioni cliniche personali.
L'argomentazione centrale dei movimenti contrari risiede nel timore che il Green Pass rappresenti una misura intrinsecamente "discriminatoria" ed escludente nei confronti di una minoranza di cittadini. Negli appelli firmati da centinaia di docenti universitari e accademici si denunciava con forza il rischio di subordinare diritti inalienabili e inviolabili — sanciti solennemente dalla prima parte della Costituzione — come il diritto allo studio (Articolo 34) e il diritto al lavoro (Articolo 4), a un lasciapassare governativo, senza che vi fosse una piena e trasparente assunzione di responsabilità civile e penale da parte del decisore politico tramite un esplicito obbligo di legge. Questo fronte chiedeva di preservare rigorosamente la libertà di scelta terapeutica e di favorire un'inclusione sociale paritaria, evitando di cedere a derive biopolitiche di controllo di massa e promuovendo un dibattito democratico autentico anziché una penalizzazione basata sui convincimenti personali.
Conclusioni e Prospettive Storiche
A distanza di anni dalle fasi più calde dell'emergenza pandemica, il bilancio dell'impatto del Green Pass rimane oggetto di studio per sociologi, storici e giuristi. Se da una parte la misura ha indubbiamente accelerato la campagna di immunizzazione consentendo una rapida riapertura del sistema-Paese e scongiurando il collasso definitivo delle strutture ospedaliere, dall'altra ha lasciato profonde cicatrici nel tessuto sociale, alimentando sfiducia nelle istituzioni e una polarizzazione ideologica che ha faticato a riassorbirsi.
Parafrasando il capolavoro di Alessandro Manzoni: "questo Green Pass s'ha da fare o non s'ha da fare?". Ai posteri l'ardua sentenza. La storia e il tempo saranno gli unici veri giudici capaci di stabilire se lo strumento sia stato un atto di suprema responsabilità collettiva o un pericoloso strappo alle garanzie democratiche dello Stato di diritto.