TEMA SVOLTO
Coronavirus: Abbiamo paura ma ce la faremo

Esporta:
"Ciascuno di noi ha dentro di sé un conflitto interiore. Una lotta tra la nostra paura, il nostro senso del dovere come cittadini ma soprattutto come persone ed il nostro essere semplicemente ragazzi..."

La reazione alla chiusura delle scuole è stata uguale per tutti, eravamo felici. Ma nei giorni seguenti, con l’aumentare dei casi di contagio, abbiamo capito che non l’avremmo dovuta ritenere una vacanza. Quel virus su cui tanto scherzavamo non era così lontano da noi come ci sembrava. Da quel momento in poi abbiamo iniziato ad avere paura. Paura per noi stessi, per i nostri cari.

Ciascuno di noi ha dentro di sé un conflitto interiore. Una lotta tra la nostra paura, il nostro senso del dovere come cittadini ma soprattutto come persone ed il nostro essere semplicemente ragazzi e come tali non ci piace rispettare le regole, per noi la chiusura delle scuole è sempre equvalsa a più tempo in giro e più momenti da trascorrere all'insegna del divertimento con i nostri amici ed accettare che stavolta non è così è difficile.

Come è difficile non abbracciare, non baciare, non stare vicini a ridere nei bar, non ballare, non fare feste. È difficile, ma ci stiamo provando: ci laviamo le mani più spesso, limitiamo le uscite e i raggruppamenti. Siamo giovani, siamo fisici e questa situazione ha stravolto le nostre abitudini.

Per noi è cambiato tutto. Non vediamo più i baristi che ogni mattina prima di entrare a scuola ci servivano quel caffè che avremmo tanto voluto non bere ed essere ancora a letto. Quello stesso caffè che ora ci manca, perché poterlo prendere significherebbe non avere più una preoccupazione così grande per la testa. Non trascorriamo più le sere nei locali a scherzare, non andiamo in palestra, non andiamo a ballare il sabato notte e non invitiamo gli amici a casa per vedere un film. Non facciamo più tante cose.

Il dramma dell'isolamento e la resilienza giovanile

In quei mesi infiniti, i nostri occhi si sono spostati dalle aule scolastiche agli schermi freddi dei computer. La didattica a distanza è diventata l'unico ponte verso il mondo esterno, ma ha presto rivelato il vuoto della mancanza di un contatto umano autentico. La solitudine delle nostre stanze, un tempo rifugio sicuro per i nostri segreti, si è trasformata in una gabbia sottile in cui risuonavano i bollettini quotidiani della Protezione Civile. Eppure, proprio in quel silenzio forzato, abbiamo scoperto una forza di cui non ci credevamo capaci. Abbiamo imparato a parlarci con gli occhi sopra le mascherine e a ritrovare il valore profondo di un legame che la distanza non poteva spezzare.

Non la pensiamo tutti allo stesso modo sull’origine di questo virus, ma tutti aspettiamo che sparisca perché rivogliamo le nostre vite. Questa speranza ci ha tenuti uniti mentre fuori le città si svuotavano e le serrande si abbassavano in un clima spettrale, alimentando il desiderio viscerale di un domani in cui la libertà non fosse più una concessione, ma il normale respiro di ogni giorno.

Dopo anni dall'inizio: il ritorno al futuro

Oggi lo scenario è radicalmente cambiato e quel passato così denso di incertezze sembra quasi il capitolo di un libro di storia, sebbene le sue cicatrici rimangano impresse nel nostro modo di vivere. Le restrizioni severe, le autocertificazioni e il distanziamento sociale forzato sono svaniti, riconsegnandoci la spensieratezza dei concerti affollati, delle discoteche e dei viaggi senza frontiere. Siamo tornati a riempire i bar e i locali, a ordinare quel caffè mattutino senza il peso di un'ombra invisibile sulla testa, riscoprendo il valore immenso della socialità quotidiana.

Tuttavia, la normalità in cui ci muoviamo oggi non è una semplice fotocopia di quella precedente al 2020. La pandemia ha accelerato una transizione digitale che ha ridefinito la scuola e il lavoro, stabilizzando un modello ibrido che offre maggiore flessibilità ma richiede anche nuove forme di responsabilità. Noi ragazzi, che abbiamo vissuto l'adolescenza sospesa tra i banchi e i monitor, siamo cresciuti con una spiccata consapevolezza della fragilità biologica e sociale del pianeta, traducendo quella vecchia paura in un impegno concreto verso la tutela della salute collettiva e la sostenibilità ambientale.

Ci dicevamo "ce la faremo" e, guardando indietro dalla prospettiva del 2026, possiamo dire di avercela fatta. La nostra generazione è uscita da quella tempesta con una maturità diversa, custode di un'esperienza che ci ricorda ogni giorno quanto sia prezioso ogni singolo abbraccio e quanto sia fondamentale cooperare per proteggere il nostro futuro comune.