Introduzione: La tradizione religiosa e il peso dell'eredità storica
La fede è, a mio parere, un valore che costruisce gran parte della sua fortuna sulla tradizione, quantomeno per quanto riguarda l’Italia. Infatti, il fatto che da ormai duemila anni l’Europa sia cristiana, influisce molto sull’accettazione di questa dottrina da parte dei più. Come evidenziato dal celebre filosofo e storico Benedetto Croce nel suo noto saggio «Perché non possiamo non dirci "cristiani"», l'eredità del cristianesimo ha plasmato in modo così intimo la nostra cultura, la nostra morale e le nostre istituzioni che l'adesione formale a essa spesso prescinde da un atto di coscienza intimo e ragionato, configurandosi piuttosto come una consuetudine identitaria incontestata.
Pochi, secondo me, in particolar modo tra i giovani, si sono posti seriamente il problema di cosa significhi credere in Dio, del perché lo si faccia e di cosa, o chi, sia Dio stesso. Nelle dinamiche frenetiche della società tecnologica, dove il consumo rapido delle esperienze anestetizza il bisogno di introspezione, gli interrogativi fondamentali sull'assoluto vengono costantemente rimandati. Con ciò non voglio dire che nessuno lo faccia, ma molti, piuttosto che interrogarsi su un argomento complicato come questo, preferiscono accettarlo come dogma, oppure infischiarsene, adagiandosi in quel limbo di indifferenza che caratterizza l'epoca contemporanea.
Il bivio esistenziale: Tra vuoto di ragione e dogmatismo passivo
C’è tuttavia qualcuno, pochi, purtroppo, ma sempre un certo numero, che, arrivato di fronte al bivio tra “credere” e “non credere”, non ha imboccato la via più battuta, per comodità, o quella che lo è di meno, per trasgressione, ma si è fermato per un certo periodo a riflettere su quale ritenesse la migliore. Questo arresto riflessivo richiama alla mente le grandi confessioni della letteratura e della filosofia, da Sant'Agostino fino alle tormentate pagine di Fëdor Dostoevskij, in cui il dubbio non è il nemico della fede, bensì il suo travagliato e necessario preludio. Solitamente, per quanto ne so io, chi compie questa pausa, il più delle volte si risolve per la via del “non credere”, magari sbagliando, non scegliendo cioè ciò che veramente sarebbe meglio per lui.
Molto rare sono, a mio avviso, quelle fedi genuine, che possano portare un ragazzo della mia età, dopo averci riflettuto, a fare la scelta consapevole di credere in Dio. Più frequentemente accade invece che, non riuscendo a trovare una spiegazione certa dell’esistenza di Dio, e non essendo disposto con la sola fede a colmare questo “vuoto di ragione”, ci si convinca dell’infondatezza di tutte le verità su cui si basa la religione e la si abbandoni. È lo scacco del razionalismo illuminista che si ripropone nella mente giovanile: quando la logica empirica non incontra una verifica immediata, l'impianto metafisico crolla, lasciando spazio a un disincanto radicale che Friedrich Nietzsche definirebbe come l'ombra persistente del nichilismo moderno.
La sociologia del distacco: L'ipocrisia del credente non praticante
Per quanto riguarda, invece, la stragrande maggioranza dei giovani, esaminare ogni singolo tipo di fede sarebbe impossibile; quindi, anche se un po’ inadeguatamente, sono costretto a generalizzare. La categoria che, secondo me, va per la maggiore, è quella di coloro che dicono «Io credo, ma non vado mai in chiesa». Il mio giudizio sarà condizionato dal mio punto di vista sull’argomento, ma io non riesco a sopportare questo tipo di persone. Ho profondo rispetto per coloro che, avendo idee differenti dalle mie, sono ben saldi su di esse, ma un po’ meno verso quelli che “ballano nel manico”, che sono, in questo caso, lì a metà tra credere e non credere, che non vogliono fare lo sforzo di prendere parte alle funzioni, ma che non osano, forse per paura di ritorsioni nel caso esistesse, negare l'esistenza di Dio.
Questa condotta ambigua fotografa perfettamente ciò che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito la scomposizione delle appartenenze istituzionali nell'era postmoderna. I giovani tendono a de-istituzionalizzare la fede, separandola dall'obbligo comunitario. Ho fatto l’esempio della partecipazione alle funzioni religiose per la sua semplicità, ma non considero questo fatto, di per sé, sintomo di fede profonda, anche perché, nella mia mente, c’è una netta frattura tra religione e Chiesa, o, che dir si voglia, tra fede e Chiesa, comunque tra quel sentimento intimo che porta a credere e ad affidarsi interamente a qualcosa di superiore e lo sfruttamento dello stesso da parte di quella multinazionale… ma lasciamo perdere. Questa diffidenza verso l'apparato ecclesiastico è d'altronde un tema centrale nella sociologia delle religioni contemporanea, che registra una costante emorragia di credenti dalle fila delle confessioni storiche, non per mancanza di spiritualità, ma per un rigetto delle strutture gerarchiche e dogmatiche.
La fede di convenienza e il bisogno di risposte surrogate
Sta di fatto che, tra coloro che si dicono credenti, tolti quelli citati all’inizio, rimane una miriade di giovani che della religione non sa assolutamente nulla, che non si è mai posta problemi in merito, che conosce a malapena due preghiere da sfoderare a Natale o a Pasqua, ma che, nonostante tutto questo, si dice anche credente. E poi sgranano tanto d’occhi quando, casualmente giunti sull’argomento, li si informa del fatto che non si crede; ma quando si domanda perché invece loro lo facciano, spiazzati, non potendo dire «perché mi è stato insegnato così», non vanno oltre il «perché mi aiuta», «perché non penso che siamo soli», «perché credo che con la morte non possa finire tutto» e via di questo passo.
Questa è, secondo me, una fede di convenienza: nessuno crede veramente e sacrifica magari una parte di sé per la fede, ma si crede in virtù di potenziali benefici, che siano quelli immediati del conforto nelle difficoltà o quello, più a lungo termine, della vita dopo la morte. Si tratta di un'attitudine utilitaristica che trasforma l'assoluto in un bene di consumo psicologico, un anestetico contro l'angoscia esistenziale e la paura del vuoto, privo però di qualsiasi slancio profetico o di impegno etico radicale verso il prossimo, riducendo il sacro a una rassicurante formula di autodifesa emotiva.
Conclusioni: La sfida del terzo millennio e la ricerca di un senso autentico
In conclusione, la domanda sul ruolo della fede nella vita dei giovani del terzo millennio rimane aperta e profondamente complessa. Se da un lato l'istituzione ecclesiale tradizionale sembra perdere la sua forza attrattiva, dall'altro la ricerca di senso non si è spenta, ma si è frammentata in percorsi individuali, spesso confusi e contraddittori. Esponenti politici e intellettuali contemporanei si interrogano costantemente sui rischi di una società interamente secolarizzata, privata di punti di riferimento trascendenti che sappiano arginare l'individualismo sfrenato.
Spetta dunque alle nuove generazioni il compito di superare sia il dogmatismo passivo della tradizione ereditata, sia la superficialità della fede di convenienza. Soltanto attraverso un dubbio autentico e un confronto onesto con la propria interiorità, ogni giovane potrà decidere se la fede possa ancora rappresentare una bussola per l'esistenza o se la morale debba fondarsi esclusivamente sulla responsabilità laica dell'uomo verso i suoi simili. La vera sfida non risiede nel dichiararsi credenti o atei, ma nel vivere con consapevolezza e coraggio la propria scelta esistenziale.