TEMA SVOLTO
La letteratura del primo Novecento e la città

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Forse mai nella storia la distanza tra città e campagne è stata tanto forte quanto negli ultimi decenni dell'ottocento.

Gli effetti della seconda rivoluzione industriale si riversano direttamente sulla grande città, la trasformano e la proiettano nel futuro.

Alla fine del secolo Londra e Parigi hanno già la struttura della nuova metropoli: sono un intreccio compatto di reti di comunicazione, di servizi e di trasporti.

Le campagne invece sono ferme a una condizione preindustriale: ripetono tecniche, rapporti economici e ruoli sociali vecchi di millenni.

Lo squilibrio è troppo stridente: le "luci della città", cioè l'immagine di una condizione di vita meno disperata, agiscono come una calamita, attirano, a milioni, le popolazioni rurali.

L'inurbamento e l'emigrazione gonfiano a loro volta le città, le trasformano in agglomerati immensi, fanno nascere nuovi problemi. Nonostante la crescita rapida e disordinata porti al deteriorarsi della qualità della vita, il trasferimento in una città avviene solamente in funzione della possibilità di lavoro.

Le città economicamente più vivaci attraggono sempre più gente, indifferente agli altri caratteri della vita urbana. Già Leopardi agli inizi dell'ottocento, notava come il problema della salubrità della città sembrasse non influenzare la scelta di una rispetto ad un'altra.

"La salute è considerata generalmente dalla società come il minimo dei beni umani, seppur ne è fatto conto in modo veruno. [...] Opportunità di commercio, vicinanza di mare, centralità, presenza della corte, mille cose fanno e che si scelga a principio un luogo per popolarlo." (Giacomo Leopardi, Zibaldone)

Alla fine del diciannovesimo secolo a Trieste, città cresciuta in modo impetuoso, la malattia che descrive Svevo non è fisica ma spirituale. Alfonso Nitti, in "Una vita", avverte la diversità: il lavoro è meccanico, la città è un alveare agitato dalla corsa al denaro.

"Si fece allo sportello. La città con le sue bianche case alla riva in largo semicerchio abbracciava il mare e sembrava che l'avesse respinta al centro. Era grigia e triste." (Italo Svevo, Una Vita)

Trieste offriva ai giovani intellettuali la possibilità di osservazione "dal vero": essa è così presente in Svevo da essere stata considerata da Montale "il più singolare personaggio Sveviano".

Nella città moderna, lo spazio urbano diventa spesso una prigione dell'anima. Il ritmo frenetico dei trasporti, le nuove luci elettriche, la proliferazione delle macchine creano una sensazione di alienazione crescente. Gli scrittori del primo Novecento percepiscono questo mutamento radicale: la città cessa di essere lo spazio dello scambio civile e diventa il luogo del disorientamento esistenziale. Il soggetto, immerso nel flusso caotico della folla, perde la propria identità, diventando un anonimo ingranaggio. Questa condizione di solitudine di massa è un tema ricorrente nella letteratura europea, che trova in autori come Musil, Joyce o Kafka espressioni radicali. In Italia, Pirandello e Svevo intercettano queste tensioni. La città non è più l'orizzonte rassicurante del passato, ma un labirinto di specchi dove l'Io si frammenta. La vertigine del progresso tecnologico, celebrata dalle avanguardie, viene letta con sospetto dagli intellettuali che ne vedono la disumanizzazione sottostante. Il tram, la fabbrica, il caffè diventano i nuovi scenari del dramma dell'uomo moderno. La trasformazione urbanistica non è solo architettonica, ma antropologica: l'individuo urbano si adatta a tempi e spazi scanditi dalla produttività, sacrificando la riflessione e il legame autentico con l'ambiente naturale, ormai ridotto a un miraggio lontano. In questo scenario, l'intellettuale si sente un esule, un testimone impotente di una frenesia che sembra non portare verso alcun progresso reale, ma solo verso un eterno presente fatto di rumore e apparenza. La metropoli, con le sue luci artificiali, sembra voler nascondere la vacuità della vita, in una ricerca continua di distrazioni che allontanano l'uomo da se stesso.

Pirandello, nel "Fu Mattia Pascal", esprime il suo scetticismo di fronte al progresso tecnologico e alla civiltà delle macchine, vedendo nella frenesia urbana una vacuità di scopo.

"Oh perché gli uomini, domandavo a me stesso, smaniosamente, si affannano così a rendere man mano più complicato il congegno della loro vita? Perché tutto questo stordimento di macchine?" (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

La città moderna, priva di una memoria autentica, rischia di ridursi a un contenitore di mediocrità, dove la storia, come l'acquasantiera di Mattia Pascal, viene trasformata in un comune portacenere, simbolo della frivolezza contemporanea.